06 Marzo 2019
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La Bioimpedenziometria è uno strumento di misurazione della resistenza elettrica che i tessuti oppongono al passaggio di una corrente di basso voltaggio e si esegue in posizione supina applicando 2 elettrodi a mano e piedi con apposita strumentazione scientificamente validata; BIA-ACC in particolare, analizza la distribuzione del grasso a livello sottocutaneo, addominale viscerale ed intramuscolare, oltre a numerosi altri parametri per valutare lo stato di infiammazione cronica.

Uno grosso studio olandese ha indagato in modo prospettico l'associazione tra percentuale di grasso corporeo con gli eventi cardiovascolari, rispetto all'indice di massa corporea (BMI) e alla circonferenza della vita. I ricercatori hanno utilizzato i dati di composizione corporea con la BIA (analisi impedenziometrica) in 6486 soggetti (uomini = 3194, donne = 3294) che hanno seguito per 8,3 anni.

Durante il followup, si sono verificati 510 eventi cardiovascolari (7,9%) (363 negli uomini, 147 nelle donne). Negli uomini, il rapporto di rischio grezzo era 3.97 per il grasso corporeo % con la BIA contro 1.34 per il BMI e 1.49 per la circonferenza vita. Dopo aggiustamenti per età, punteggio di rischio cardiovascolare di Framingham e escrezione di creatinina - un marker di massa muscolare – FM% e BMI sono rimasti indipendentemente associati ad eventi cardiovascolari sia negli uomini che nelle donne, mentre la circonferenza della vita era indipendentemente associata a eventi cardiovascolari negli uomini, ma non nelle donne. Secondo la capacità di discriminazione (C-index) e il valore predittivo additivo sulle misure dell'obesità al punteggio di rischio cardiovascolare di Framingham, FM era superiore al BMI e alla circonferenza della vita in uomini e donne.

Il valore predittivo di BIA dipende dall'equazione utilizzata. La BIA era comunque il metodo migliore tra le misure di obesità per migliorare la valutazione del rischio cardiovascolare del punteggio di rischio CVD di Framingham negli uomini e l'unico metodo nelle donne. Ovviamente ci sono chiare differenze di sesso nella previsione CVD utilizzando diverse misure di obesità. Ciò potrebbe essere spiegato dalla diversa distribuzione di grasso in uomini e donne, che hanno ruoli diversi nel rischio cardiovascolare: l'adiposità viscerale è un migliore predittore del rischio di CVD negli uomini, mentre il grasso totale è più strettamente associato al rischio di CVD nelle donne.

 

Fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30791699

15 Febbraio 2018
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Attualmente il cancro rappresenta la seconda causa di morte nel mondo: secondo l'OMS otto milioni di persone muoiono ogni anno per questa terribile malattia. Sembra che l'attuale modello scientifico e terapeutico del cancro abbia raggiunto i suoi limiti e se si vogliono migliorare ulteriormente i risultati, occorre guardare in direzioni diverse. La difficoltà nel trovare una cura per questa patologia è legata alla sua multifattorialità, cioè le cause scatenanti possono essere molteplici:

EREDITARIETA'

La scoperta dell'epigenetica (scienza che studia i fattori che influenzano l'espressione genica), ha cambiato radicalmente il concetto di ereditarietà, poichè è stato scoperto che i geni non sono delle entità statiche, ma delle unità dinamiche che regolano la loro espressione in funzione delle condizioni e dell'ambiente in cui si trovano, per cui i fattori esterni che possono modificare i geni possono essere l'alimentazione, il carico tossico, le carenze di micro e macronutrienti, lo stress, l'esercizio fisico, le radiazioni elettromagnetiche. Queste nuove scoperte hanno ridotto drasticamente l'incidenza dell'ereditarietà tra il 3%-10%: il restante 90% si trova nelle nostre mani e sta a noi scegliere se sfruttare questo margine in senso positivo o negativo.

EVOLUZIONE

Alcun teorie evoluzionistiche affermano che ammalarsi di cancro sia un fatto naurale, legato all'aumento della longevità e più l'umanità riuscirà ad aumentare la sua longevità, più il cancro diventerà una malattia inevitabile. Secondo la professoressa Rosalie David, autrice di un articolo pubblicatosu Nature Reviews Cancer: non c'è nulla nell'ambiente naturale che possa provocare il cancro, è una malattia causata dall'uomo stesso che sorge dall'inquinamento ambientale, deviazioni alimentari e stile di vita. I ricercatori giunsero a questa conclusione dopo aver studiato migliaia di campioni umani e animali dell'antichità, scoprendo che i tessuti cancerosi in tali reperti erano estremamente rari.

STRESS

'E la risposta ormonale del nostro corpo ad un fattore percepito come minaccia per la sopravvivenza, di tipo reale od immaginaria. Funziona sia come causa sia come fattore scatenante ed una volta attivato trasforma una predisposizione in malattia. Stress non significa ciò che ci accade, ma quello che si percepisce accadere. Quando il corpo è in difficoltà (minaccia reale od immaginaria) rilascia i cosiddetti ormoni dello stress (adrenalina e cortisolo) per aumentare la possibilità di sopravvivere al pericolo percepito, ma facendo questo influenza la capacità del corpo di regolare l'infiammazione. Un organismo in perfetto bilancio biochimico può sopportare degli stress significativi senza ammalarsi e nel caso ciò accada la malattia sarà di minore gravità e avrà un decorso più breve.

LA TEORIA DELLE MUTAZIONI

Secondo questa teoria l'accumulo di mutazioni casuali nel DNA durante la nostra vita porta a cambiamenti distruttivi del codice genetico che provocano il cancro; le mutazioni casuali hanno certamente un ruolo nell'attivazione e nello sviluppo del cancro, ma non possono da sole dare una spiegazione completa del problema.

LA NUOVA TEORIA DI DAVIES E LINEWEAVER

Questi ricercatori sostengono che il cancro sia il risultato dell'attivazione di meccanismi cellulari antichi che si trovano in uno stato dormiente; nel DNA di ogni organismo infatti esistono dei geni cosiddetti "atavici", retaggio del nostro passato evolutivo di specie, che non vengono espressi grazie a dei meccanismi inibitori da parte di geni soppressori. Quando l'ambiente si modifica in modo radicale discostandosi dalla normalità (bassa concentrazione di ossigeno, aumento dell'acidità tissutale), si attivano questi meccanismi primitivi che consentono una maggiore capacità di sopravvivenza in tali condizioni. Paradossalmente il cancro rappresenta un meccanismo di sicurezza che garantisce una sopravvivenza di base, la stessa che era presente un miliardo di anni fa sulla terra quando le condizioni del pianeta erano totalmente diverse (bassa concentrazione di ossigeno, ambiente acido) e prevalevano organismi unicellulari che avevano una funzione di base simile a quella di un tumore. Le nostre cellule entrano quindi in funzione cancerosa nel tentativo di sopravvivere in un ambiente ostile, pertanto l'alterazione dell'equilibrio biochimico sembra essere la causa principale che sta dietro all'insorgenza del cancro. I fattori che alterano l'equilibrio biochimico e portano all'attivazione di questi geni repressi sono essenzialmente due:

1) AUMENTO DEI RADICALI LIBERI: all'interno del mitocondrio il 3% dell'ossigeno che respiriamo si trasforma in radicali liberi per produrre energia (ATP); successivamente interviene il glutatione, un antiossidante endogeno prodotto dal nostro corpo, che inattiva i radicali liberi. La conseguente riattivazione del glutatione però, necessita la disponibilità di NADPH, un coenzima prodotto nella via del Pentosio-Fosfato, processo che si interrompe per la presenza di un eccesso di ATP prodotti con la glicolisi anaerobica (via del glucosio). Una dieta a prevalenza di carboidrati quindi, stimola la produzione di insulina, che a sua volta obbliga la cellula ad utilizzare glucosio attraverso la glicolisi con aumento della produzione di ATP, blocco della produzione di NADPH/glutatione, aumento dei radicali liberi in grado di danneggiare il DNA delle cellule. L'aumento dei radicali liberi è anche legato al malfunzionamento dei mitocondri dovuto all'aumento della glicolisi stimolata dai carboidrati, che impedisce alla cellula di riconoscere i mitocondri non più efficienti; inoltre l'insulina inibisce l'azione delle sirtuine, enzimi che promuovono la crescita di nuovi mitocondri e la sostituzione di quelli danneggiati.

2) AUMENTO DELLE NITROSAMMINE: composti ad azione cancerogena che si formano in ambiente acido e richiedono la presenza di nitriti ed ammine biogene; i nitriti si formano dai nitrati assunti con gli alimenti nella bocca e nell'intestino ad opera dei batteri in seguito all'assunzione di carboidrati, mentre le ammine biogene (Istamina la più importante) si producono nell'intestino sempre ad opera dei batteri a causa della disbiosi indotta sempre dai carboidrati. L'aumento dei batteri nell'intestino inoltre, attiva selettivamente l'aumento dei linfociti TH2 per combattere la disbiosi, con riduzione dei TH1, deputati invece ad eliminare le cellule tumorali; a tutto ciò si associa l'azione del cortisolo, stimolato dall'ipoglicemia reattiva causata dall'intervento dell'insulina, che distrugge i TH1 aggravando ancora di più la situazione.

In base a questa teoria quindi, è facile capire come, da un punto di vista terapeutico, non sia sufficiente limitarsi a distruggere le cellule tumorali se non si riporta il corpo il più vicino possibile alla condizione fisiologica. Il mantenimento dell'equilibrio biochimico e cioè il nostro stato di salute, si ottiene attraverso le seguenti strategie:

-Consumare un apporto adeguato di cibi antiossidanti (frutta e verdura fresca di origine biologica, caffè, cacao).

-Bere acqua alcalina.

-Eliminare cibi ricchi di zucchero (pane, pasta, riso, pizza, dolci, legumi, patate, bevande gassate, birra, alcolici), poichè lo zucchero e tutti i suoi derivati è il carburante preferito delle cellule tumorali, che utilizzano la glicolisi anaerobica (via del glucosio).

-Eliminare cibi contenenti IgF1 (fattore di crescita), quali latte, yogurt e formaggi freschi, preferendo formaggi stagionati.

-Aumentare il consumo di proteine animali e grassi, in modo da utilizzare prevalentemente il ciclo di Krebs (respirazione cellulare aerobica) ed affamare le cellule tumorali.

-Dormire 7-8 ore al giorno.

-Svolgere attività fisica, almeno 3 ore a settimana, per aumentare l'ossigenazione dei tessuti.

-Adottare tecniche antistress (meditazione, yoga, training autogeno).

-Risolvere i conflitti interiori.

-Utilizzare integratori alimentari di tipo naturale a dosi elevate.

12 Febbraio 2018
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L'ATS è una malattia degenerativa multifattoriale che colpisce le arterie di medio e grosso calibro creando infiammazione ed irrigidimento a causa del deposito di grassi e globuli bianchi nello strato più interno della parete, creando i cosiddetti ateromi o placche aterosclerotiche, molto pericolose perchè, a causa dell'infiammazione cronica, possono staccarsi piccoli frammenti e dare embolie periferiche. L'ATS nel mondo rappresenta un problema sanitario molto importante perchè le patologie che possono originarsi, l'ictus e l'infarto, rappresentano attualmente la prima causa di morte nei paesi industrializzati.

Fattori di rischio non modificabili:

1-ETA': colpisce prevalentemente i soggetti anziani essendo legato al processo degenerativo delle pareti arteriose.

2-SESSO: è più frequente tra i maschi, in quanto le donne sono protette, fino alla menopausa, dal profilo ormonale.

3-GENETICA: la presenza della patologia nei familiari deve essere considerata per adottare i corretti stili di vita.

Fattori di rischio modificabili:

1-FUMO DI SIGARETTA: aumenta lo stress ossidativo a carico delle cellule dell'endotelio vascolare aggravando la risposta infiammatoria locale.

2-IPERCOLESTEROLEMIA: in particolare va tenuto sotto controllo il valore plasmatico delle LDL, che non deve superare i 100 mg/dl.

3-IPERTENSIONE: esiste una relazione diretta tra l'aumento della pressione ed il rischio di ictus ed infarto.

4-OBESITA': i soggetti obesi spesso sono anche ipertesi, ipercolesterolemici, sedentari e quindi hanno più fattori di rischio associati.

5-SEDENTARIETA': l'attività fisica riduce tutti i fattori di rischio elencati.

6-DIABETE: proporzionalità diretta tra l'aumento della glicemia e l'aumento del rischio cardiovascolare.

I nostri tessuti, e quindi anche le arterie, hanno una capacità di rigenerazione molto efficace; in particolare occorre analizzare di cosa sono costituite le arterie per capire come mai si possono instaurare lesioni a tale livello. Le arterie infatti, come tutti i nostri organi, sono costituite prevalentemente da tessuto connettivo a base di COLLAGENE, una particolare proteina costituita da 2 aminoacidi, la LISINA e la PROLINA, il cui assemblaggio necessita di VITAMINA C. La lisina è un aminoacido essenziale che il nostro corpo non produce e pertanto deve essere assunto con i cibi (carne, uova, pesce e formaggi), mentre la prolina è un aminoacido non essenziale, cioè il nostro organismo riesce a produrlo. Anche la vitamina C è di tipo essenziale, cioè è l'unica vitamina che il nostro corpo non produce e quindi va assunta con gli alimenti; la ritroviamo prevalentemente in frutta e verdura fresca. I cibi attuali non sono più come una volta: le colture intensive, l'impoverimento del suolo, l'uso di fertilizzanti industriali, le colture ibride e le modificazioni genetiche hanno ridotto il valore nutritivo di frutta e verdura sia per quanto riguarda la componente vitaminica che minerale. Secondo i dati del vertice mondiale per la Terra nel 1992 a Rio de Janeiro, l'impoverimento del suolo è enormemente peggiorato durante gli ultimi 100 anni: i suoli con il maggior tasso di esaurimento sono gli Stati Uniti e il Canada (85%), l'America meridionale e l'Asia (76%) e l'Europa (72%). Un recente rapporto del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, conferma la diminuzione del valore nutrizionale di frutta e verdura dal 1975 ad oggi:

-Frutta: perdita di vitamina C del 31%.

-Mele: perdita di vitamina A del 41%.

-Broccoli: perdita di calcio e vitamina C del 50%.

-Cavolfiore: perdita di vitamina C del 45%, del 48% di vitamina B1 e del 47% di vitamina B2.

-Insalata verde: perdita di vitamina A del del 45%, di potassio del 60% e di magnesio dell'85%.

Tutto ciò è ulteriormente complicato dall'aggiunta di sostanze chimiche negli alimenti allo scopo di esaltare il loro sapore. Quindi, la stragrande maggioranza dei cibi che mangiamo oggi sono "vuoti" e non forniscono più al corpo le sostanze necessarie per eseguire le corrette reazioni chimiche per il mantenimento dello stato di salute. Secondo B. Ames e J.M. Mc Ginnis, esperti di salute pubblica, le carenze a livello di micronutrienti, dovute ad una dieta ricca di calorie ma a basso valore nutritivo, accelerano l'incidenza di malattie croniche, dell'invecchiamento e del cancro. Il paradosso quindi è che l'uomo moderno si ammala di malattie croniche mangiando cibi vuoti, cioè ricchi di calorie ma poveri di micronutrienti (vitamine e sali minerali).

Nel caso specifico dell'ATS, la carenza cronica di vitamina C impedisce l'assemblaggio degli aminoacidi prolina e lisina per la formazione del collagene, da cui la comparsa di lesioni sull'endotelio delle arterie che vengono riparate con la deposizione di LDL ossidate provocando infiammazione cronica e comparsa degli ateromi. L'ossidazione delle LDL è dovuta al contatto con il glucosio nel sangue, per cui maggiore è la quantità di zucchero nel sangue (pazienti diabetici) maggiore è la velocità di ossidazione delle LDL e quindi la loro capacità adesiva per formare placche. Non a caso i malati diabetici hanno come conseguenza diretta le malattie cardiovascolari che rappresentano la prima causa di morte ed invalidità in questo tipo di pazienti. Il glucosio presente nel sangue inoltre, attraverso l'ossidazione induce la formazione degli AGES (composti formati da 1 molecola di zucchero legata ad una molecola proteica) e ALES (1 molecola di zucchero+1 molecola di grasso) con conseguente produzione di radicali liberi; questi ultimi inibiscono la produzione di NO (ossido di azoto o ossido nitrico) da parte delle cellule endoteliali, impedendo l'azione vasodilatatrice delle arterie con persistenza dell'effetto vasocostrittore, che nel tempo provoca ipertensione.

Ne deriva quindi, che la corretta prevenzione e terapia delle malattie cardiovascolari si basa su un adeguato regime alimentare che riduca drasticamente la quantità dei carboidrati insulinici nella dieta con aumento della quota proteica, associando una integrazione di dosi generose di vitamina C, prolina e lisina.

10 Febbraio 2018
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Il primo dogma della medicina riguarda sicuramente l'IPERTENSIONE, cioè l'aumento della pressione arteriosa; le nuove linee guida americane (AHA, ACC) presentate al congresso dell'American Hearth Association a Novembre 2017 sono le seguenti: 

1-Pressione normale: sistolica < 120 mmHg, diastolica < 80 mmHg.

2-Pressione elevata: sistolica tra 120-129 mmHg e diastolica < 80 mmHg.

3-Ipertensione stadio 1: sistolica 130-139 mmHg o diastolica 80-89 mmHg.

4-Ipertensione stadio 2: sistolica > 140 mmHg o diastolica <90 mmhg.

5-Crisi ipertensiva: sistolica > 180 mmHg, diastolica > 120 mmHg.

Questo nuovo cut-off dei valori di normalità, in passato 140/90, arruolerà nella già nutrita schiera degli ipertesi un 14% di pazienti in più, la maggior parte gestibili però con un accurato counselling sugli stili di vita più che con i farmaci antipertensivi. Ma quali sono gli interventi che vengono consigliati per modificare lo stile di vita? Il primo fra tutti è la riduzione del sale nella dieta, poichè l'aumento della pressione deriva anche dall'aumento della ritenzione idrica ed il sale è un componente di questo processo.

Ma la verità è un'altra: quando mangiamo un cibo molto salato (ad es. del prosciutto) il nostro corpo aumenta lo stimolo della sete poichè i reni hanno bisogno dell'acqua per eliminare il sale, formando così l'urina. Quando mangiamo carboidrati invece, stimoliamo la produzione di INSULINA per abbassare la glicemia, la quale a sua volta stimola la produzione di ALDOSTERONE, un ormone che agisce a livello renale aumentando il riassorbimento del sodio (sale) ed eliminando il potassio; questo perchè il sale interviene nel meccanismo osmotico necessario per forzare la cellula ad assorbire il glucosio, ma è questa la causa della ritenzione di liquidi che causa l'ipertensione. Ne possiamo dedurre quindi, che la soluzione non è quella di eliminare il sale per l'acqua di cottura della pasta, ma quella di eliminare la pasta; anche il sale da condimento incide in maniera relativa, molto più saggio è eliminare il pane e derivati.

 

Il secondo dogma della medicina è il COLESTEROLO: tutti sanno che elevati valori di questo importante metabolita sono predittrici di rischio cardiovascolare. Fino agli anni '80 i valori considerati normali erano compresi fra i 150-310 mg.         Le ultime linee guida americane hanno delineato i seguenti nuovi limiti:

-Colesterolo totale: < 200 mg/dl.

-Colesterolo LDL: < 100 mg/dl.

-Colesterolo HDL: > 40.

-Trigliceridi: < 150 mg/dl.

Il consiglio che viene dato più spesso è quello di ridurre il consumo di alimenti ricchi di colesterolo (uova, carne rossa, formaggi): anche qui la verità è un'altra, poichè il colesterolo assunto con gli alimenti rappresenta solo un 15% (l'85% è prodotto dal fegato); inoltre esiste una proporzione inversa tra colesterolo assunto con la dieta e livelli ematici, cioè se assumiamo alimenti che contengono colesterolo il fegato riduce la sua produzione, mentre se riduciamo od eliminiamo i cibi che lo contengono, il fegato ne produce di più. Anche in questo caso il responsabile del problema è sempre l'INSULINA: quando assumiamo carboidrati e il nostro corpo ha i depositi di glicogeno muscolare ed epatico saturi (per mancanza di attività fisica ed alimentazione ricca di carboidrati) l'insulina, per eliminare l'eccesso di zuccheri, trasforma il glucosio in trigliceridi e stimola il fegato a produrre le lipoproteine VLDL, che poi si trasformeranno in LDL, per trasportare i trigliceridi nel tessuto adiposo; inoltre l'insulina stimola la produzione di colesterolo nel fegato per produrre il CORTISOLO, ormone prodotto dalle ghiandole surrenali che interviene dopo l'azione dell'insulina per correggere l'ipoglicemia reattiva e rialzare il livello di zucchero nel sangue. Quindi per ottenere una riduzione dei valori di colesterolo nel sangue dobbiamo aumentare il consumo di uova, carne, pesce, formaggi e ridurre contemporaneamente l'assunzione dei carboidrati.

'E stato dimostrato inoltre, dopo 30 anni di follow-up dello Studio Framingham, che bassi livelli di colesterolo sono associati ad un aumento sia della mortalità generale che di quella dovuta a cause cardiovascolari, oltre che ad un aumento dell'incidenza del cancro, specialmente dopo i 50 anni. Bassi livelli di colesterolo sono stati associati anche alle seguenti patologie:

-Depressione: il colesterolo è essenziale per la produzione di serotonina.

-Disfunzioni ormonali e sessuali: il colesterolo è il precursore della sintesi del testosterone e degli estrogeni.

-Malattie neurologiche: il cervello contiene 1/4 del colesterolo totale del nostro corpo.

-Ipovitaminosi D: il colesterolo è il precursore della sintesi di vitamina D.

A livello ematico quindi, gli indici che segnalano il rischio cardiovascolare sono i seguenti:

-PCR (Proteina C Reattiva):

  *Rischio CV basso: valori < 1 mg.

  *Rischio CV medio: valori fra 1-3 mg.

  *Rischio CV alto: valori > 3 mg.

-Omocisteina: valori ideali < di 7-8 micromoli/litro.

-Lipoproteina A: valori ideali da 0-3 mg.

08 Febbraio 2018
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Gli zuccheri, o glucidi, si distinguono in semplici (glucosio) e complessi (amidi): l'unico utilizzo che fa il nostro corpo del glucosio è esclusivamente di tipo energetico (1 gr=4 Kcal), cioè viene utilizzato per produrre ATP (adenosin trifosfato) attraverso 2 processi distinti:

A-GLICOLISI: avviene in assenza di ossigeno all'interno del citoplasma, il carburante è il glucosio, alla fine del processo, che prevede 10 reazioni chimiche in sucessione, vengono prodotti 2 ATP e 2 molecole di acido piruvico, è molto veloce (5 volte superiore al ciclo di krebs).

B-CICLO DI KREBS: avviene in presenza di ossigeno nei mitocondri, il carburante è l'acetil-CoA, alla fine del processo vengono prodotti 34 ATP, è più lenta rispetto alla glicolisi.

Nel sangue deve essere mantenuta una concentrazione costante di glucosio di 0.8 gr/lt (20 gr per 5 lt. di sangue); le uniche cellule che utilizzano glucosio sono i neuroni cerebrali, le fibrocellule muscolari a contrazione veloce (tipo 2b) e i globuli rossi. L'evoluzione ha costruito un sistema perfetto per mantenere stabile la concentrazione di glucosio nel sangue a 0.8 gr/lt attraverso due vie metaboliche:

1) LA VIA DEL FRUTTOSIO: questo particolare tipo di zucchero lo ritroviamo nella frutta (7%) e nella verdura (3%) associato al glucosio: viene assorbito dai villi intestinali, immesso nel sangue e trasportato al fegato (deposito massimo 70 gr) e nelle fibrocellule muscolari bianche (massimo deposito 300 gr) sotto forma di glicogeno. Nel caso i depositi siano già saturi il fruttosio verrà trasformato in trigliceridi.

2) GLUCONEOGENESI: con questo processo abbiamo la trasformazione delle proteine in eccesso, quelle non utilizzate ai fini plastici, in glicogeno, a livello del fegato; anche in questo caso se i depositi sono saturi le proteine vengono trasformate in trigliceridi.

Queste 2 vie metaboliche costituiscono la  VIA ANCESTRALE degli zuccheri, poichè era l'unica utilizzata dai nostri primitivi progenitori quando ancora non esistevano i cereali e il tipo di alimentazione prevedeva solo l'utilizzo di carne, pesce, uova, frutta e verdura; finchè l'uomo ha mantenuto l'alimentazione che lo aveva caratterizzato per milioni di anni, il corpo è stato in grado di gestire perfettamente il glucosio nel sangue mantenedolo entro i limiti di sicurezza di 0.8 gr/lt.

Con l'arrivo dell'agricoltura, circa 10.000 anni fa, sono stati introdotti alimenti molto ricchi di amido, i cereali, le patate e i legumi: basti pensare che 100 gr di pasta, riso o pane contengono ben 80 gr di zucchero, 100 gr di patate 50 gr, 100 gr di legumi 40 gr. Tutto questo ha modificato la via ancestrale del fruttosio sostituendola con l'attuale VIA DEL GLUCOSIO: quando mangiamo 100 gr di pasta, pane o riso, l'amido viene scisso in glucosio già nel cavo orale ed assimilato successivamente dai villi intestinali che lo riversano direttamente nel sangue senza alcun sistema di controllo, innalzando velocemente la glicemia; ciò significa introdurre 80 gr di glucosio contro i 4 gr basali, cioè una quantità 20 volte superiore rispetto alla quantità prevista dal nostro metabolismo. Tenendo conto che con 30 gr di glucosio il nostro corpo andrebbe in coma diabetico, interviene un meccanismo di emergenza per evitare che accada tutto questo, cioè si attiva un ormone salvavita, l'INSULINA, il cui compito non è quello di mantenere costante la quantità di zucchero, ma di eliminarlo il più velocemente possibile, utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione:

1) Reintegrazione delle scorte di glicogeno al fegato.

2) Reintegrazione delle scorte di glicogeno ai muscoli (fibre bianche veloci 2b).

3) Produzione di trigliceridi che stimoleranno la produzione delle VLDL (lipoproteine a bassissima densità) per trasportarli al tessuto adiposo.

4) Ritenzione di sodio per costringere le cellule (esclusi i neuroni e le fibrocellule muscolari) ad assorbire il glucosio tramite meccanismo osmotico.

Poichè non possiamo rischiare di avere un picco di glucosio maggiore di 1.4 gr/lt, maggiore è la quantità di glucosio ingerita e maggiore sarà la produzione di insulina (con aumento del rischio di diabete tipo 2) e quindi avremo anche un maggior calo glicemico, molto rischioso per i neuroni cerebrali che potrebbero danneggiarsi, ed allora il cervello riduce l'attività neuronale e noi percepiamo il bisogno di fare un sonnellino.  L'ipoglicemia reattiva che ne deriva infatti, stimola la produzione del CORTISOLO, ormone dello stress prodotto dalle ghiande surrenali, che riporta la glicemia ai valori basali producendo glucosio dalle proteine (gluconeogenesi).

Nella dieta mediterranea abbiamo la presenza di carboidrati nei 3 pasti principali ed anche nei 2 spuntini, e ciò significa attivare l'insulina 5 volte al giorno, meccanismo che invece un tempo era utilizzato solo in caso di emergenza. L'insulina è quindi responsabile dell'aumento del grasso corporeo, poichè quando utilizziamo un eccesso di carboidrati stimoliamo la produzione di trigliceridi che vanno a depositarsi nel tessuto adiposo dell'addome nell'uomo (obesità a forma di mela) e nei glutei e cosce delle donne (obesità a forma di pera); inoltre l'insulina attiva l'enzima delta-5-desaturasi che stimola la produzione di acido arachidonico, un mediatore che provoca infiammazione.

LA VIA ANCESTRALE DEL GRASSO

I grassi o lipidi hanno prevalentemente un'azione di tipo strutturale (80%) e solo un 20% vengono utilizzati a scopo energetico (1 gr=9 Kcal). Tutte le cellule, eccetto i neuroni e le fibrocellule muscolari 2b, funzionano con questo tipo di carburante: infatti quando mangiamo cibi ricchi di grassi, questi vengono assorbiti dai villi intestinali che producono particolari lipoproteine, i chilomicroni, deputati al trasporto dei trigliceridi dal sistema linfatico al sangue, dove li rilasciano alle cellule che ne fanno richiesta. Se riescono a consegnare tutti i trigliceridi, i chilomicroni ritornano al fegato per essere metabolizzati, mentre se sono ancora ricchi di trigliceridi li trasportano ai GRANDI ADIPOCITI del tessuto adiposo sottocutaneo, che ha il compito di proteggere il corpo dal freddo.

LA VIA MODERNA DEL GRASSO

Quando i depositi epatici e muscolari di glicogeno sono saturi in seguito ad una alimentazione ricca di carboidrati, continuando a stimolare l'insulina attraverso l'introduzione di carboidrati sotto forma di amidi (pane, pasta, riso, pizza, legumi, patate), essa avrà a disposizione soltanto un'ultima soluzione per abbassare la glicemia: aumentare la produzione di trigliceridi e le proteine VLDL che li trasportano dal fegato ai PICCOLI ADIPOCITI del tessuto adiposo localizzato nell'addome dell'uomo (obesità a mela), nei glutei e cosce delle donne (obesità a pera). I piccoli adipociti si rigonfiano, comprimono i mitocondri che diventano disfunzionali fino ad arrivare alla apoptosi (morte cellulare); avremo così un richiamo di mastociti per eliminare le cellule morte con produzione di citokine infiammatorie ed infiammazione cronica sistemica. Tale meccanismo è una forzatura per la cellula adiposa, che non essendo abituata ad assumere grasso in questa modalità, diventa disfunzionale e quindi va incontro a morte. L'alimentazione moderna, molto ricca di amidi (60-70%), attualmente è rivolta verso questa direzione, con conseguenze devastanti per la salute, perchè lo stato di infiammazione cronica che ne deriva rappresenta la base delle patologie, cardiovascolari, degenerative, autoimmunitarie e diabete, che sono in costante aumento.